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Category Archives: Anarchia

Segnali di fumo…

  Nel numero di Rivista Anarchica si legge l’intervento di Fabio Nicosia… che riporto con grandissimo piacere.

Gentile redazione,
ho trovato equilibrato l’intervento di Massimo Ortalli (cfr. sullo scorso numero la sua replica alla lettera di Luca Miola) sulla questione tributaria del punto di vista dell’anarchico.
Tuttavia il discorso è incompleto. Si omette di precisare che lo Stato è [...]

Berlusconi e la scuola…

  Probabilmente il nostro leader maximo, il nostro caro Duce, Silvio Berlusconi, deve avere un grosso problema con la scuola… non nel senso “educativo” (lì è come sparare sulla croce rossa) ma proprio con quelle quattro mura con fuori scritto “Istituto Scolastico PincoPalla” o “Università Del Sacro Cuore Unito”.
Giorni fa - a causa delle proteste contro [...]

Haider #2

  Così scrissi in risposta al post sulla morte di Haider:

“Per non parlare poi del suo possibile successore: Stefan Petzner. 27 enne… personalmente ho subito immaginato una scena sadomaso gay tra l’Haider e il Petzner.
Considero molto probabile che la perversione sessuale tendenzialmente omosessuale sia presente nella maggioranza degli esponenti di estrema destra (elettori e non), dove, [...]

Buona notizia…

  Breve scintilla: la morte di Joerg Haider è, per me, una buona notizia.
Uè!… non state a frignare sul fatto che la morte di una persona è sempre una disgrazia e che non si può gioire.
Sinceramente, nel mio piccolo, gioisco ogni qualvolta vi è la scomparsa di un uomo politico e per di più di un [...]

Il lavoro rende liberi…

  …nonchè nobilita l’uomo. Così il nostro beneamato Silvio Berlusconi ha detto: “Antifascista? Io penso a lavorare!”.
Ovviamente in Italia essere antifascisti è come avere una brutta malattia incurabile… a patto per il grandioso Gianfranco Fini - che da erede del fascismo - propone una destra che culturalmente si saldi nei valori dell’antifascismo.
E’ l’Italia… un paese che [...]

Requiescant(inato)

  Leggevo, poco fa, una lettera, tratta da repubblica.it di una ricercatrice italiana che lavora in Inghilterra… Ella si lamentava del fatto che non si riconosceva più nel suo paese; un paese che all’apparenza svoltava verso derive razziste.
Lettera interessante, ma inutile. Inutile perchè l’Italia è sempre stata un paese razzista. Basti pensare al movimento politico leghista, [...]

Pillola rossa o pillola blu? psichiatria ed antipsichiatria

 


 Pillola rossa o pillola blu?

Elogio dell’incertezza

di Luigi Corvaglia


Pillola blu ti svegli domani
e non ricordi nulla,

pillola rossa scopri quant’è

profonda la tana del bianconiglio…”

da Matrix


Questa non è una pipa

Nel film Matrix (1999) si immagina che il protagonista debba scegliere fra due opzioni propostegli dal capo della resistenza al potere. Le opzioni sono la serenità senza la consapevolezza (pillola blu) o la consapevolezza senza la serenità (pillola rossa). Bel problema. Nel caso specifico, si immagina che la consapevolezza riguardi il fatto che la realtà, così come noi la percepiamo, sia un artificio, una mera illusione creata da appositi programmi informatici (la “matrice”, appunto). Fra le molte considerazioni che la scena propone – pensiamo, ad esempio, alla metafora del potere che ubriaca le masse vendendogli una realtà che solo i più svegliati individualisti possono cogliere, perdendoli per sempre alla serenità e votandoli alla rivolta – di particolare rilievo la similitudine fra questa profferta di realtà e la pratica terapeutica psichiatrica. C’è chi conosce la realtà e la offre al paziente. L’unica differenza è che, generalmente, lo stile dell’offerta è del tipo di quelle “che non si possono rifiutare”. C’è chi conosce la verità e la fa ingurgitare a chi non la conosce. Il primo riconosce il secondo da alcuni “segni”.


Dal cinema alla pittura. Negli anni venti del XX secolo Renè Magritte realizzò un quadro raffigurante una pipa. Sarebbe stato un prodotto banale per tanto maestro se egli si fosse fermato a questo. Sennonché il pittore sentì il bisogno di apporre alla ben chiara rappresentazione una spiazzante didascalia: Cecì n’est pas une pipe (Questa non è una pipa). La didascalia nega il criterio di equivalenza fra segno e essenza, fra somiglianza ed affermazione. Nega, in buona sostanza, la certezza che sia possibile riconoscere qualcosa dai soli “segni”. Che quella di Magritte, sottolineata da Foucault in un saggio il cui titolo riprende appunto detta didascalia, non sia pura provocazione è provato dalle seguenti osservazioni riguardo la psichiatria. Al suo affacciarsi alla ribalta scientifica, la “follia” acquisisce lo stigma di “schizofrenia” ad opera di Eugen Bleuler, il quale scrive che lo schizofrenico parla per metafore,“figure retoriche inappropriate”. Ad esempio, una volta ricoverato contro la propria volontà, questi afferma di essere stato “stuprato” o “assassinato”. All’inventore di tale fortunato concetto farà eco, un secolo dopo, Jacques Lacan quando, allargando il senso dal solo linguaggio ad ogni manifestazione psicopatologica, scrive: “il sintomo è una metafora”. Ha gioco facile Thomas Szasz, teorico della non-psichiatria, a ironizzare dicendo: Quando persone imprigionate in un ospedale psichiatrico parlano di “stupro” e di “assassinio”, esse impiegano figure retoriche inappropriate che ne dimostrano i disturbi del pensiero; quando invece gli psichiatri chiamano le loro prigioni “ospedali”, i loro prigionieri “pazienti” e “malattia” il loro desiderio di libertà, non stanno impiegando figure retoriche, Ma stanno esprimendo fatti obiettivi. Insomma, non sono i segni che determinano le sostanze. Questa non è una pipa. La cosa appare ancor più evidente allorquando il nostro gioco di aforismi e citazioni arrivi ad incappare in un paio di sentenze che risultano il positivo ed il negativo della medesima fotografia. Eccole: lo psichiatra Mario Gozzano ebbe a dire che “lo schizofrenico è capace di tutto, perfino di comportarsi bene”. Cecì n’est pas une pipe. Analogamente, un genio talmente elevato da non rischiare di essere oggetto delle benevole attenzioni psichiatriche, Salvador Dalì, affermava “l’unica differenza fra me e un pazzo è che io non sono pazzo”. Cecì n’est pas une pipe. Non ha importanza ciò che i segni descrivono (segni simili a una pipa, un sano, un matto) per definire gli oggetti. Del resto, per capire l’acqua benedetta bisogna osservare i preti ed i fedeli, non certo l’acqua. In definitiva, le cose sono l’insieme delle relazioni che le definiscono come tali. Ciò ha aperto le porte a distruttive critiche sulla possibilità di definire quale sia la pillola rossa che gli psichiatri che la detengono offrono a chi usa accontentarsi di quella blu e in base a quali “segni” incontrovertibili i secondi sarebbero individuabili dai primi.

Simili argomentazioni che minano la certezza di un manicheo mondo di “rossi” e “blu”, prima di scadere in una stucchevole retorica relativista da bar dello sport che sa di animalismo, sono stati fondamentali nello strutturarsi di un fronte ostile alla psichiatria. Ma il movimento antipsichiatrico che tanto ha influito nei cenacoli del progressismo a la page degli anni settanta può veramente dirsi esente dai difetti psichiatrici? Non si direbbe, almeno a giudicare alcuni fulgidi esempi di quella che Popper chiamava infalsificabilità. L’austriaco ha chiarito definitivamente come il discrimine fra la teoria scientifica e razionale e una concezione idologica o di fede sia, non già la sua verificabilità, bensì, al contrario la sua falsificabilità. Una idea che manchi di quei falsificatori potenziali che, una volta caduti davanti alle evidenze contrarie, invalidano la teoria stessa e predispongono a nuova, sempre rivedibile lettura, non è scientifico. La lezione, perfettamente in linea con quanto detto sopra a proposito di pipe, pillole e follia, è che non esistono verità assolute, maiuscole e ultime, ma solo verità relative, cioè fatti verosimili, minuscoli e penultimi. Tutto ciò che è privo di falsificatori è fede, ideologia, pillola rossa, psichiatria. Eppure, per quanto si possa immaginare che basti individuare idee infalsificabili e dividerle da quelle falsificabili per separare deliri da teorie, le cose non stanno così. Infatti, sempre attingendo al baule aforistico di Szasz, se tu parli con Dio, stai pregando, se Dio parla con te sei schizofrenico. In fin dei conti, anche il dogma cattolico della transustanziazione è, visto dalla parte protestante, quale una metafora presa alla lettera (Questo è il mio corpo - cecì n’est pas une pipe, cioè non è un’ostia), eppure nessuno definisce deliranti decine di milioni di cattolici. Si supporrebbe, allora, che in tali trappole epistemologiche non cadano gli antipsichiatri. Siate pronti alla delusione.

I due più produttivi – se mi si permette l’utilizzo di un termine che gli psichiatri utilizzano per definire chi elabora deliri in buona quantità - esponenti del movimento anti-psichiatrico sono stati Ronald D. Laing e David Cooper. Il primo: Se solo potessi convertirvi, condurvi fuori dalle vostre meschine menti, se potessi comunicare con voi, allora sapreste. Siamo al livello del Messia o, almeno, del detentore della pillola rossa di Matrix. Ma quale è la verità vera, maiuscola, assoluta e ultima che l’illuminato ci offre? Eccola: La follia è uno stato dell’esistenza umana apprezzabile per la sua indiscutibile autenticità. Dunque la follia esiste. Ma certo. Infatti lui la curava, ma non in una clinica, che sarebbe stato da psichiatra, bensì in una “residenza”, Kingsley Hall. Cecì n’est pas une pipe. Fatto è che la cura consisterebbe nel mantenere l’apprezzabile condizione di “autenticità” contro la corruzione della vera essenza umana creata da Matrix, cioè il sistema capitalistico. Curioso notare come, nella volgarizzazione del modello, la psichiatria tradizionale venga vista come dispensatrice, non di rosse pillole della cosapevolezza senza serenità, bensì di azzuuri confetti dell’oblio atti a soggiogare le masse proletarie a cui forniscono la serenità per impedirne la consapevolezza (cioè la coscienza di classe).

In definitiva, il vero malato è la società, è lei che va curata. In che modo ci è chiarito soprattutto da Cooper, il quale afferma che sulla ricetta vanno prescritte le “bottiglie molotov” e gli scioperi, accortamente predisposti, le bombe e le mitragliatrici impugnate con spirito di compassione, ma anche in modo reale e oggettivo, visto e percepito dagli agenti della società borghese nei confronti dei quali possiamo essere compassionevoli solo in un secondo momento. Non si vuole qui discutere se la società-matrice necessiti o meno di detti strumenti terapeutici, bensì se tale terapia, oltre che sulla libertà degli individui e sull’utilizzo dei mezzi di produzione, abbia reali influenze sulla condizione esistenziale degli individui, a torto o a ragione, definiti “schizofrenici”. L’idea, espressa da Cooper, per cui “Cuba è già liberata” può essere oggetto di vari commenti, positivi o negativi, a seconda del nostro credo politico – che, in quanto tale, è infalsificabile - , di varie considerazioni su segni e sostanza, somiglianza e affermazione, pipe e non pipe, ma non occulta il dato per cui in URSS si finiva in manicomio per sindromi quali “delirio antisovietico” e “non comprensione del materialismo dialettico”. La cosa chiarisce che, più che il potere capitalistico, la psichiatria rischia di servire il potere tout court. Certo, poi è sempre possibile dire che l’URSS non era realmente un paese socialista. Cecì n’est pas une pipe.


In definitiva, fra psichiatria ed antipsichiatria esiste una specularità dogmatica riguardante tanto l’oggetto (il matto è malato versus la società è malata), quanto la malattia (schizofrenia-inautenticità), la causa (genetica - capitalismo) e anche la cura (psicofarmaci versus rivoluzione). Due facce della stessa medaglia del dogmatismo. Dispensatori di pillole rosse. Ogni verità assoluta è popperianamente infalsificabile, ogni verità maiuscola porta alla Jihad. Come ha scritto Paul Watzslawick, quando un profeta è sicuro di possedere il verbo, presto o tardi si assumerà il ruolo di “chirurgo chiamato dalla provvidenza” a intervenire col bisturi nell’interesse di una umanità tanto bisognosa d’aiuto quanto ottusa.

Ma allora i matti chi li libera? Basaglia viene celebrato come il Lincoln dei manicomi. Fu vera gloria? Si, ma anche no. Si, perchè ha posto l’Italia alla punta avanzata della sperimentazione di pratiche liberatorie e anche per la difesa del principio. Però Max Weber ci ricorda l’esistenza di due etiche contrapposte che possono guidare l’uomo. La prima è l’etica dei principi. Cioè, se i fatti non coincidono con le teorie, tanto peggio per i fatti; se l’operazione è ben riuscita, tanto peggio per il paziente deceduto. La libertà è terapeutica. L’altra etica è quella dei risultati, o della responsabilità. In pratica, se il risultato è positivo, tanto peggio per i principi. Non è la libertà (mezzo) ad essere terapeutica, è la terapia che porta la libertà (fine). Tutto sta a definire quale terapia e per chi. I risultati dell’antipsichiatria (retorica a parte)? Ma la libertà, of corse. Ma libertà di cosa? E’ curioso notare che delle due forme di libertà descritteci da Berlin, libertà positiva e libertà negativa, gli apostoli della terapeuticità dell’autenticità, di cultura marxista, si limitano alla seconda, tipicamente legata alle concezioni liberali. La prima è libertà di fare, la seconda solo libertà da un potere, insensibile all’aspetto positivo e propositivo. I disoccupati sono, indubbiamente, liberi dal fisco. Un uomo che vive nel terrore che lo si voglia avvelenare è libero dalla psichiatria, ma lo è di vivere serenamente? Un individuo che consuma la giornata in estenuanti e improcrastinabili rituali per assicurasi che non ucciderà il figlio è veramente così libero? Vero è che la sofferenza e l’incomunicabilità di chi un tempo si definiva “alienato” è fatto che non si occulta dietro ai principi e non si lascia ramazzare sotto il tappeto della retorica dell’ideologia.

La libertà della tradizione marxista, al contrario, è intesa come fornitura degli strumenti atti ad esprimere liberamente le potenzialità umane. Che la libertà esclusivamente negativa dello schizofrenico liberato non risolva la incomunicabilità fra mondo psicotico e mondo non psicotico è fatto che cede dinanzi alla prepotenza del principio. Insomma, se non hanno ragione quelli e non hanno ragione questi, che facciamo? La verità è che non esiste una pillola rossa. Quindi l’utopia psichiatrica e quella antipsichiatrica sono entrambe fondate sul delirio dell’oggettivismo. Il reale è una costruzione. Aiutare chi esprime idee infalsificabili (deliri) non significa sempre lasciarlo libero nello stesso modo in cui una macchina con i freni rotti è libera di muoversi in discesa, ma neanche imporgli degli schemi oggettivi e reali a sostituzione di schemi supposti irrazionali e sbagliati (coerenza fra interno errato ed esterno giusto, pillola rossa). Aiutarlo vuol dire potenziare le capacità dell’individuo di gestire il proprio mondo, di costruire mappe cognitive funzionali, atte a rendere prevedibile e gestire la propria personale costruzione del mondo.

Il burka psichico

Ci viene in aiuto una metafora, quella del burka psichico. L’essere umano coglie il mondo attraverso una feritoia piccolissima così come il mondo vede la donna islamica coperta dal suo burka. Gli occhi vedono attraverso una fessura nello spettro elettromagnetico, le orecchie odono attraverso una fessura nel muro sonico, la nostra coscienza è una fessura nella tunica dell’inconscio. Per tal motivo, la nostra immaginazione gestisce una gamma di oggetti ed eventi piccolissima che va dal microcosmo quantistico al macrocosmo della cosmologia. A tale angusto spazio è stato dato il nome di Mondo Intermedio. Un arguto fantasioso potrebbe azzardare: la logica consequenziale occidentale è una fessura fra le logiche possibili? La salute psichica è solo il pensiero del Mondo Intermedio? (1) La matematica, la fisica, l’arte sono gli strumenti di slabbramento di questa fessura. E la psicologia e la psichiatria? Come le equazioni dei tre grandi tedeschi Einstein, Heisenberg e Plank hanno ridotto le leggi di Newton a ordinanze locali, così la logica occidentale è una ordinanza locale. Può essere. Ma forse soggiacere alle leggi gravitazionali è una schiavitù? Perfino un anarchico come Noam Chomsky, creatore della psicolinguistica, afferma che senza vincoli non può esservi libertà, senza sintassi non può darsi linguaggio creativo.

Ma da questa benedetta fessura che si vede? Dalla fessura si vedono i memi. Cosa sono i memi? La parola è stata coniata da Richard Dawkins in analogia con il gene. Esso è una unità autoreplicantesi di informazione – idea, uso o costume, termine, lingua, moda, ideologia, religione - che, come un virus, parassita e si diffonde alle menti. L’associazione dinamica dei memi che sopravvivono alla selezione naturale del più adatto all’ambiente psicologico è la nostra cultura. Tutto ciò che è perdente in questa guerra psico-darwiniana rappresenta il sintomo. Se tu parli con Dio, stai pregando – meme vincente – se Dio parla con te, sei schizofrenico - meme perdente. La psichiatria, dunque, delimita l’aggregato di memi vincente. Certo, ma anche il dizionario, la grammatica e la sintassi fissano i paletti di delimitazione di una lingua frutto del processo acefalo di selezione naturale. Poi ognuno parla come vuole. Non si scappa. Ogni cultura non può che delimitare per potersi definire. Questo rappresenta un rischio. Un gravissimo rischio. Quasi sempre realizzatosi. Quello che ci sia il passaggio dallo sguardo dello scienziato, utile come il cannocchiale di Galileo per slabbrare il burka, e quello dello poliziotto che difende l’ordine costituito. Enorme è la differenza fra i due modi di guardare, fra il voyeurismo della conoscenza e l’apologia del panoptikon. Quando il processo di delimitazione si ammanta di oggettività scientifica il rischio diventa maggiore. Si pensi all’appoggio che la psichiatria ha dato alla “difesa della razza” tanto nell’ Italia fascista (Banissoni), quanto nella Germania nazista (Rudin) e nell’ America segregazionista (Raush). Lo studio della psiche, che potenzialmente è uno degli strumenti più potenti di allargamento del Burka psichico, rischia di essere il più efficace strumento di difesa dei confini della fessura, di protettore della memetica vincente di “Matrix”.

Potere ed imposizione dell burka psichico: nel film Farenheit 451 di F. Trauffaut, si immagina un futuro in cui il governo vieti la lettura perchè 
I pazzi che leggono diventano insoddisfatti. Cominciano a desiderare di vivere in modi diversi, il che non è… mai possibile!

In cerca di una conclusione

In definitiva, Le nostre menti sono costituite da hardware genetico e software memetico (Richard Brodie). Ora, tutto sta a capire se la follia sia un problema di hardware o un problema di software. Se si rimane alla prima ipotesi, si rischia di far coincidere la terapia con la materiale “riparazione”. Ciò espone maggiormente al rischio di cui sopra. C’è infatti un oggettivo guasto che impedisce l’oggettiva visione del reale. Se si accoglie la seconda opzione, come sanno tutti gli informatici, invece, non esiste il software giusto, bensì molti software che possono raggiungere gli stessi scopi in modo differente e la cui “giustezza” è legata all’ “ambiente” su cui li si vuol far “girare” (Windows, Apple, Linux, ecc.). Scopo di chi opera nell’ambito psicoterapeutico non dovrebbe pertanto essere l’imposizione di schemi oggettivi – il software giusto - bensì il potenziamento delle capacità dell’individuo di gestire il proprio mondo (il proprio ambiente computazionale). Questo ci è illustrato dal costruttivismo cognitivo. Come lo scienziato di Popper, ogni individuo elabora teorie su sé ed il mondo. Le sue credenze generano previsioni che guidano il suo comportamento (i programmi). Il comportamento genera conferme oppure invalidazioni dei costrutti, delle credenze e ciò, se il sistema è valido, genera mutamenti nelle credenze stesse. Valide concezioni devono essere falsificabili. La crescita del nostro sistema previsionale avviene, come quello dello scienziato, grazie all’affinamento delle mappe cognitive frutto delle continue invalidazioni e conseguenti aggiustamenti. La salute è, dunque, il contrario della certezza. Le certezze sono infalsificabili per definizione. La scienza ci può dire cosa non sia una pipa, ma può solo ipotizzare cosa sia una pipa. Ernst Von Glaserfeld: “il mondo reale si evidenzia solo laddove le nostre costruzioni falliscono”. C’è da aver paura di costruzioni incrollabili. I dogmi della Chiesa, infatti, sono oggi gli stessi del consiglio di Nicea, le verità scientifiche sono molto mutate. Idee infalsificabili (deliri) possono arrivare a rendere ingestibile il mondo, creano mappe illeggibili perchè non condivise. Un sistema ben funzionante ed adattabile, invece, riesce a tollerare un margine di incertezza generato dalle invalidazioni e si pone in modo aperto e flessibile. La coerenza, a questo punto, è più quella fra i vari costrutti (coerenza fra interno ed interno) che non quella fra realtà esterna e idee interne. Non si sfugge. Andare in un paese straniero o approcciare un nuovo ambiente informatico vuol dire essere esposti all’aggregato di plessi lingusitici vincente in quel posto o ambiente (ordinanza locale e temporanea). Le opzioni, alla fine, sono solo tre:

1. Continuare a parlare il proprio linguaggio (scelta psicotica);

2. Imparare la lingua del paese o programma ospitante (scelta psichiatrica);

3. Imporre al paese ospitante (o ambiente informatico) di imparare il proprio linguaggio (scelta antipsichiatrica).

La prima è rispettabile, ma poi non si può pretendere di essere compresi; la terza è stupidamente paradossale; la seconda è “normalizzante”, nel bene e nel male, ma assolutamente compatibile col rispetto della libertà individuale laddove l’opzione sia volontaria e contrattuale. Laddove non si ponesse la possibilità di scelta volontaria il diritto naturale alla self-ownership (la proprietà di sé stessi) - cioè l’ottica del giusnaturalismo (etica dei principi) - ci lascia solo la prima opzione, ma l’utilitarismo – cioè l’etica della responsabilità - ci richiama al molto più difficile compito di decidere caso per caso utilizzando una finissima bilancia.

Ciò che conta, in definitiva, è che si mantenga la coscienza della non unicità o superiorità del linguaggio – verbale o computazionale – che si vuol implementare, ma esclusivamente la sua funzionalità, la compatibilità con uno specifico e sempre dinamico ambiente. Camminare su questa tagliente lama posta sui contigui burroni del qualunquismo relativista e della agenzia di protezione di Matrix al soldo di Big Pharma è la sfida di una terapia psicologica libertaria.

(1) In effetti, affermazioni provenienti dalla fisica quantistica, quali il principio di indeterminazione di Heisenberg (non è possibile conoscere simultaneamente posizione e quantità di moto di un dato oggetto con precisione arbitraria), oltre ad essere espressi in una lingua che sembra l’insalata di pariole dello schizofrenico, contraddicono molti paletti della logica formale occidentale (nel caso specifico, principio di determinatezza, principio di non contraddizione e principio del terzo escluso)

clericolaicità e fasciolibertarismo

Clericolaicità e fasciolibertarismo
dibattito sulla laicità

Lo specchietto dell’integralismo laico
di Luigi Corvaglia

 

Un luogo comune ampiamente diffuso in questa triste stagione di
dominio della neo-lingua orwelliana (quella per cui “la guerra è pace
e la schiavitù è libertà”) afferma essere in corso una “offensiva
laicista” (”la pace è guerra”) ad opera di un estremismo ateo di segno
uguale e contrario a quello clericale che vuole imporre a tutti la
stessa morale. Insomma, per clericali, teo-dem e neo-con, i laici ed i
libertari sarebbero contraddittori, intolleranti e assolutisti! Non
sarebbe necessario spendere troppe parole per mettere in evidenza le
fallacie di un argomento per cui basta una capacità cognitiva appena
superiore all’ottusità che marchia tanta parte della psiche clericale.
Il sistema perché il bue dia del cornuto all’asino, infatti, è tutto
nell’utilizzo di sillogismi errati e basati su sentenze espresse nella
neo-lingua ( pretendere autonomia per sé e per gli altri è praticare
la schiavitù, imporre agli altri “valori non negoziabili” è libertà) .
Non ci si aspettano, del resto, prestazioni migliori da chi predica il
monopolio ideatico e morale sulla scorta di un utilizzo a dir poco
parsimonioso della logica. E’ però da rimarcare come il cretinismo
montante abbia ormai fatto terra per porci anche del supposto fronte
“laico”. Sentenze di simile tenore, infatti, sono spesso espresse
dagli esponenti del buonismo post comunista, del kennedismo alla
vaccinara, dell’ecumenismo luogocomunista della sinistra del cilicio,
della retorica del progressismo “tutti si e tutti ma”, del liberalismo
de noantri. Perché - ci viene spesso chiesto, con aria gesuitica e
malandrina dai portatori sani di buon senso - tutto questo astio nei
confronti delle pretese della Chiesa? Non sarete pure voi - dicono
questi progressisti assennati, con la sufficienza di chi la sa lunga -
degli intolleranti come rimproverate essere i cattolici? Vorreste
forse imporre - parola che viene sardonicamente sottolineata con
malizia - la vostra morale laica? A questo punto, forse, è il caso di
spendere qualche parola. Innanzitutto, una premessa: la libertà è un
bene indivisibile, è, tecnicamente, un “bene pubblico”. Un bene si
definisce pubblico quando, una volta disponibile, non è possibile non
usufruirne (non escludibilità) e quando è indivisibile (la libertà non
si fa a fette). Sicché, per quanto io possa essere egoista nel
desiderare la mia libertà, perfino il mio voler secedere da qualunque
ordinamento coercitivo, il mio egoismo può esprimersi in concreto solo
nel desiderare la produzione di un bene pubblico, ossia la libertà per
tutti; essa è co-condizione per il realizzarsi della mia.

E’ qui che un lettore poco attento, forse sprovveduto, sicuramente
prevenuto, potrebbe sottolineare un paradosso d’illibertarietà nel mio
voler “imporre” la libertà a chi non la vuole. Ripeto, potrebbe farlo
solo un lettore poco avveduto che ignora che, se ogni “bene pubblico”
presenta le caratteristiche di indivisibilità e non escludibilità,
solo il bene pubblico “costrizione” viene realmente imposto. Infatti,
proprio perchè indivisibile, la costrizione non permette spazi di
libertà neanche per chi non condivide la scelta costrittiva. Il l bene
pubblico “libertà”, di contro, proprio in virtù della sua non
escludibilità, permette ogni cosa a tutti. Fra le cose che permette è
inclusa la volontaria sottomissione di chi non apprezzasse l’assenza
di steccati intorno a sé alle autorità secolari, spirituali o morali
da egli liberamente scelte. Ciò per l’elementare cognizione, in
possesso di chiunque sappia cosa sia una matrioska, che la forma più
piccola rientra in quella più grande e non viceversa. Avere a
disposizione un piccolo spazio, cioè, permette di muoversi ben poco;
aver a disposizione un grande spazio permette un raggio d’azione molto
maggiore, ma, assolutamente, non obbliga affatto a percorrere l’intero
territorio. Ecco perché la laicità non ha nulla a che vedere con un
integralismo ateo che, nella psicotica logica anti-laicista,
rispecchierebbe quello clericale in termini di assolutismo. “Imporre”
libertà o costrizione, quindi, non sono atti equiparabili in termini
libertari (oltre che logici). In definitiva, il coercitivo decide per
sé e anche per gli altri, il libertario solo per sé. L’integralista
cattolico, ad esempio, essendo ostile al divorzio, pretende di
vietarlo a tutti, incluso a chi, non essendo portatore dello stesso
orizzonte morale, vorrebbe divorziare. Il divorzista, per contro,
pretende di essere libero di divorziare ma non impone affatto ad
alcuno di farlo se non vuole. Solo il primo, quindi, mette in atto una
reale imposizione, perché gli effetti indivisibili prodotti dal “bene”
costrizione ricadono su ogni individuo costringendolo entro angusti
limiti, che questi non ha autonomamente fissato. Quindi, il sillogismo
anti-laico è errato perché la premessa principale “chi vuole imporre
una concezione è un autoritario” è viziata dall’utilizzo improprio del
concetto di imposizione. Avrebbero ragione i chierici di ogni ordine e
grado solo se lo stato - o la libera organizzazione che lo avesse
sostituito - laico imponesse per legge il divorzio ai coniugi
litigiosi, l’aborto ai genitori di figli deformi, l’anticoncezionale a
chi ha troppi figli, il matrimonio agli omosessuali che si amano,
l’adozioni a quelli che convivono, l’eutanasia a chi soffre senza
speranze di guarigione, l’ateismo a tutti. Ma non è questa la pretesa
del laico, proprio perché è laico. Si pone però il contrario. Lo stato
teocratico vieta a tutti tutto ciò. Quello che gli piace è il bene per
tutti, incluso chi non gradisce, quello che è il bene per gli altri,
se a lui non piace, non deve piacere neppure agli altri. Il libertario
non impone nulla, permette, il chierico non permette nulla, impone.
Non esiste alcuna specularità dogmatica.

Allora, perché tanto astio, mi chiedeva l’amico di buon senso, quello
del giusto mezzo che è sempre giusto perché è proprio in mezzo?
Perché, in definitiva, l’atteggiamento di acquiescenza del soggetto
prono ai diktat di entità sovrapersonali non incide solo sul suo
status, ma produce effetti indivisibili, esternalità, dicono i
giuristi, anche nei miei confronti. Ciò consolida, di fatto, il potere
dei titolari della coercizione non solo nei suoi confronti, ma anche
nei miei. Egli, decidendo per sé, decide per me. Sicché chi dà
consenso alla coercizione è avversario della libertà, mia e di chi la
pensa come me, non meno di chi la coercizione la pratica. Perché tanto
astio, amico assennato? Perché - ora dovrebbe essere chiaro - chi dà
il consenso alla coercizione è mio avversario non meno di chi mi punta
una pistola alla tempia.

Luigi Corvaglia

 
 
Michele Bendazzoli
 
> da Lo specchietto dell’integralismo laico di Luigi Corvaglia

 

> Un luogo comune ampiamente diffuso in questa triste stagione di dominio
> della neo-lingua orwelliana (quella per cui “la guerra è pace e la
> schiavitù è libertà”) afferma essere in corso una “offensiva laicista”
> (”la pace è guerra”) ad opera di un estremismo ateo di segno uguale e
> contrario a quello clericale che vuole imporre a tutti la stessa morale.
> Insomma, per clericali, teo-dem e neo-con, i laici ed i libertari
> sarebbero contraddittori, intolleranti e assolutisti! Non sarebbe
> necessario spendere troppe parole per mettere in evidenza le fallacie di
> un argomento per cui basta una capacità cognitiva appena superiore
> all’ottusità che marchia tanta parte della psiche clericale. Il sistema
> perché il bue dia del cornuto all’asino, infatti, è tutto nell’utilizzo
> di sillogismi errati e basati su sentenze espresse nella neo-lingua (
> pretendere autonomia per sé e per gli altri è praticare la schiavitù,
> imporre agli altri “valori non negoziabili” è libertà) . Non ci si
> aspettano, del resto, prestazioni migliori da chi predica il monopolio
> ideatico e morale sulla scorta di un utilizzo a dir poco parsimonioso
> della logica.

Dopo tale premessa il minimo che ci si possa aspettare e’ una
argomentazione assolutamente ferrea di quelle che, fino a questo punto,
non sono che delle insinuazioni.
 > E’ però da rimarcare come il cretinismo montante abbia
> ormai fatto terra per porci anche del supposto fronte “laico”. Sentenze
> di simile tenore, infatti, sono spesso espresse dagli esponenti del
> buonismo post comunista, del kennedismo alla vaccinara, dell’ecumenismo
> luogocomunista della sinistra del cilicio, della retorica del
> progressismo “tutti si e tutti ma”, del liberalismo de noantri. Perché -
> ci viene spesso chiesto, con aria gesuitica e malandrina dai portatori
> sani di buon senso - tutto questo astio nei confronti delle pretese
> della Chiesa? Non sarete pure voi - dicono questi progressisti
> assennati, con la sufficienza di chi la sa lunga - degli intolleranti
> come rimproverate essere i cattolici? Vorreste forse imporre - parola
> che viene sardonicamente sottolineata con malizia - la vostra morale
> laica? A questo punto, forse, è il caso di spendere qualche parola.
> Innanzitutto, una premessa: la libertà è un bene indivisibile, è,
> tecnicamente, un “bene pubblico”. Un bene si definisce pubblico quando,
> una volta disponibile, non è possibile non usufruirne (non
> escludibilità) e quando è indivisibile (la libertà non si fa a fette).

Non hai dato nessun contenuto al termine liberta’, lo hai semplicemente
assimilato, per definizione, a bene pubblico. Cos’e', la tua liberta’,
libero arbitrio? Prevede, la tua liberta’, che si possa ammazzare
impunemente un essere umano? No? Solo in qualche caso? Dovresti
specificare meglio, altrimenti rischiamo di cadere nel paradosso di
criticare una forma di neolingua, inventadosene un’altra, costruita su
misura per lo scopo di distruggere la prima.
 

> Sicché, per quanto io possa essere egoista nel desiderare la mia
> libertà, perfino il mio voler secedere da qualunque ordinamento
> coercitivo, il mio egoismo può esprimersi in concreto solo nel
> desiderare la produzione di un bene pubblico, ossia la libertà per
> tutti; essa è co-condizione per il realizzarsi della mia.
> E’ qui che un lettore poco attento, forse sprovveduto, sicuramente
> prevenuto, potrebbe sottolineare un paradosso d’illibertarietà nel mio
> voler “imporre” la libertà a chi non la vuole. Ripeto, potrebbe farlo
> solo un lettore poco avveduto che ignora che, se ogni “bene pubblico”
> presenta le caratteristiche di indivisibilità e non escludibilità, solo
> il bene pubblico “costrizione” viene realmente imposto. Infatti, proprio
> perchè indivisibile, la costrizione non permette spazi di libertà
> neanche per chi non condivide la scelta costrittiva. Il l bene pubblico
> “libertà”, di contro, proprio in virtù della sua non escludibilità,
> permette ogni cosa a tutti. Fra le cose che permette è inclusa la
> volontaria sottomissione di chi non apprezzasse l’assenza di steccati
> intorno a sé alle autorità secolari, spirituali o morali da egli
> liberamente scelte. Ciò per l’elementare cognizione, in possesso di
> chiunque sappia cosa sia una matrioska, che la forma più piccola rientra
> in quella più grande e non viceversa. Avere a disposizione un piccolo
> spazio, cioè, permette di muoversi ben poco; aver a disposizione un
> grande spazio permette un raggio d’azione molto maggiore, ma,
> assolutamente, non obbliga affatto a percorrere l’intero territorio.
> Ecco perché la laicità non ha nulla a che vedere con un integralismo
> ateo che, nella psicotica logica anti-laicista, rispecchierebbe quello
> clericale in termini di assolutismo. “Imporre” libertà o costrizione,
> quindi, non sono atti equiparabili in termini libertari (oltre che
> logici). In definitiva, il coercitivo decide per sé e anche per gli
> altri, il libertario solo per sé. L’integralista cattolico, ad esempio,
> essendo ostile al divorzio, pretende di vietarlo a tutti, incluso a chi,
> non essendo portatore dello stesso orizzonte morale, vorrebbe
> divorziare. Il divorzista, per contro, pretende di essere libero di
> divorziare ma non impone affatto ad alcuno di farlo se non vuole. Solo
> il primo, quindi, mette in atto una reale imposizione, perché gli
> effetti indivisibili prodotti dal “bene” costrizione ricadono su ogni
> individuo costringendolo entro angusti limiti, che questi non ha
> autonomamente fissato.

Mi pare tu commetta un errore abbastanza grossolano: guarda che di andare
in Chiesa a sposarsi, e di promettersi reciproca fedelta’ per la vita,
non e’ mica il dottore a prescriverlo e neanche il prete a consigliarlo.

E’ una libera scelta, e come tutte le libere scelte comporta delle
*responsabilita’*. O davvero non confonderai la liberta’ con ‘io faccio
in qualsiasi momento cio’ che mi comanda il cazzo’?. I promessi sposi non
vogliono vincoli di indissolubilita’ nel loro rapporto? Non hanno che da
evitare accuratamente di presentarsi davanti un altare di una Chiesa
cattolica. Possono optare per il rito laico, o, se il rito religioso per
loro fa fico, o e’ un must per le rispettive famiglie, possono optare per
una delle forme del matrimonio islamico, quello dell’affitto, ovvero la
stipula di un contratto temporaneo.

 > Quindi, il sillogismo anti-laico è errato perché
> la premessa principale “chi vuole imporre una concezione è un
> autoritario” è viziata dall’utilizzo improprio del concetto di
> imposizione.

Mi pare che alla luce di quanto evidenziato, non ci sia nessun sillogismo
errato se non quello che, a buon mercato, vorresti far passare tu:
siccome tu sei laico, ti senti in diritto, alla luce della rivendicata
(ma non vera) superiorita’ morale, di dire alla Chiesa come cazzo vuole o
non vuole regolare il matrimonio fra due persone che dichiarano
volontariamente di voler sottostare alle regole dettate dalla stessa.
 

> Avrebbero ragione i chierici di ogni ordine e grado solo se
> lo stato - o la libera organizzazione che lo avesse sostituito - laico
> imponesse per legge il divorzio ai coniugi litigiosi, l’aborto ai
> genitori di figli deformi, l’anticoncezionale a chi ha troppi figli, il
> matrimonio agli omosessuali che si amano, l’adozioni a quelli che
> convivono, l’eutanasia a chi soffre senza speranze di guarigione,
> l’ateismo a tutti.

E tu se la Chiesa imponesse il matrimonio a tutti coloro che vogliono
avere un rapporto sessuale, impedisse agli omosessuali di avere rapporti,
impedisse l’adozione di bambini a chi non e’ cristiano, l’utilizzo dei
preservativi a chi non e’ cristiano, l’eutanasia a chi non crede.
Aggiungo peraltro che e’ lo Stato, non la Chiesa, che ha la forza per
imporre chi deve o non deve addottare chi puo’ o non puo’ essere
ammazzato, quanto e come, credenti o non credenti, dobbiamo contribuire
con i nostri soldi, all’assassinio di decine e decine di milioni di
essere umani, solo perche’ incapaci di difendersi.
 

> Ma non è questa la pretesa del laico, proprio perché
> è laico. Si pone però il contrario. Lo stato teocratico vieta a tutti
> tutto ciò. Quello che gli piace è il bene per tutti, incluso chi non
> gradisce, quello che è il bene per gli altri, se a lui non piace, non
> deve piacere neppure agli altri. Il libertario non impone nulla,
> permette, il chierico non permette nulla, impone. Non esiste alcuna
> specularità dogmatica.

Chi ha da avere deve dare … Che lo Stato imponga cio’ che gli pare e
piace a tutti e’ vero, ma la direzione della coercizione va quasi sempre
nel senso contrario di quanto sostieni: sono io che sono costretto a
essere complice di donne indegne di essere chiamate madri, che ammazzano
il proprio figlio solo per non perdere la propria linea per qualche mese,
non tu. Sono io che sono costretto a pagare fior di quattrini per
mantenere in piedi una scuola pubblica - laica - del cazzo, peggio di
quella del Burundi, non tu e poi pagare ancora per mandare miei figli in
una scuola che non li destini a essere qualificati come penultimi
nell’ambito dei paesi OCSE. Sono io che pago per finanziare universita’
come la Sapienza di Roma, che si permette il lusso di impedire al
pontefice - un sommo filosofo - di tenere una lezione che avrebbe
contribuito in parte a sollevare dall’infimo livello culturale in cui si
trovano i rispettivi studenti.
Per cui abbi pazienza perche’ io non ne ho piu’, risparmiaci questi
presunti sillogismi e inizia a trarre le dovute conseguenze dalle
premesse libertarie che sembreresti voler sostenere.
 

> Allora, perché tanto astio, mi chiedeva l’amico di buon senso, quello
> del giusto mezzo che è sempre giusto perché è proprio in mezzo? Perché,
> in definitiva, l’atteggiamento di acquiescenza del soggetto prono ai
> diktat di entità sovrapersonali non incide solo sul suo status, ma
> produce effetti indivisibili, esternalità, dicono i giuristi, anche nei
> miei confronti. Ciò consolida, di fatto, il potere dei titolari della
> coercizione non solo nei suoi confronti, ma anche nei miei. Egli,
> decidendo per sé, decide per me. Sicché chi dà consenso alla coercizione
> è avversario della libertà, mia e di chi la pensa come me, non meno di
> chi la coercizione la pratica. Perché tanto astio, amico assennato?
> Perché - ora dovrebbe essere chiaro - chi dà il consenso alla
> coercizione è mio avversario non meno di chi mi punta una pistola alla
> tempia.
> Luigi Corvaglia

E guerra sia.

Michele

 
 
Luigi Corvaglia
 
Caro Bendazzoli, la tua risposta mi era sfuggita. In ciò il motivo del
mio ritardo nel dar seguito al dibattito. Rimedio. La prima cosa che
mi rimproveri è di non aver dato una definizione di libertà. In
effetti. Tema dell’intervento, in fondo, era solo la trita e
stucchevole questione del cosiddetto “integralismo laico” e
l’obiettivo i vari “laici moderati”, “atei devoti” e “cattolici
adulti”. Era implicita in questo scritto di poche pretese una
concezione minima di libertà, quella in grado di esser colta dal
lettore medio e corrispondente pressappoco alla “libertà negativa” di
Berlin, la libertà “da” (una oppressione). Definisco quindi
oppressione qualunque totalità che voglia darsi al posto del parziale,
qualunque assoluto che voglia darsi al posto del relativo, qualunque
eterno che voglia darsi al posto del temporaneo, qualunque collettivo
che voglia sostituirsi all’individuo. Chiesa e Stato ripondono bene a
questa definizione. Onestamente, non è che trovi bizzarre o
disdicevoli le tue opinioni morali e religiose; figuriamoci. E’
proprio quello che ho scritto, cioè che il mio “individualismo” mi fa
apprezzare la tua libertà di esprimere concetti simili  - cioè la
mancanza di una entità superiore a te che ti impedisca di esprimerli -
perchè questa tua libertà è co-condizione per la mia di esprimere e
vivere in base a valori antitetici. Mi imputi di esprimere “sillogismi
a buon mercato” ed “errori grossolani”. Può essere. Però, un
grossolano errore è il tuo quando individui nella mia difesa
dell’autodeterminazione morale e civile proprio un esempio di quella
totalità, di quell’assolutismo che impedirebbe a te e alla Chiesa di
operare come vuole (”ti senti in diritto, alla luce della rivendicata
(ma non vera) superiorita’ morale, di dire alla Chiesa come cazzo
vuole o non vuole regolare il matrimonio fra due persone che
dichiarano
volontariamente di voler sottostare alle regole dettate dalla
stessa”). Au contraire. Supposta superiorità morale non è la mia,
bensì quella della Chiesa. Non esistono graduatorie oggettive di
moralità. Nel mercato si sceglie fra alternative.  Soprattutto, poi,
mi guardo bene dal dire alla Chiesa quello che deve fare e ordinare a
chi volontariamente decide di sottostare alle sue regole. La Chiesa fa
solo il suo mestiere. Sulle sue pecorelle ha tutto il diritto di farlo
e io non mi immischio minimamente. Vedo la cosa come un circolo sado-
maso. Non mi piace, non ne farei mai parte ma  non impedirei  mai a
nessuno di sottostare ai giochi liberamente scelti dal proprio club
(diceva Spooner che “i vizi non sono crimini”) e mi limiterei a
reagire solo ai tentativi di imporre ai non iscritti al circolo lo
stesso stile sessuale. Questo, invece, è esattamente quello che
avviene col circolo Von Masoch presieduto dal Nazinger. Tu, invece, mi
ribalti la fritatta e dici che io voglio imporre la mia morale! Io la
mia morale la predico e la pratico, come i preti, ma non pretendo il
monopolio, al contrario dei preti.
La tua reazione, in definitiva, mi sembra ti metta nella involontaria
condizione di chi, passando per caso, si sia messo proprio davanti al
bersaglio. Mi dai dell’integralista laico, in definitiva (pertanto,
diventi oggetto della mia satira). Segno che ho difficoltà
d’espressione, oppure che certo libertarismo italiota, per puro
spirito di acquiescenza tardorothbardiana, sia a tal punto fedele alla
volgata teo-con da perdere la consequenzialità logica. A me sembra, in
soldoni, caro Bendazzoli, che sulla scorta di un condivisibile astio
nei confronti dello Stato - concordo in toto con quanto dici sulla
scuola pubblica, ad esempio - il paleolibertarismo abbia preso partito
a-priori per un avversario classico dello Stato, cioè la Chiesa. Il
nemico del mio nemico è mio amico, no? Non sempre. Vista nell’ottica
della teoria dei giochi, ti rendi conto che si tratta in entrambi i
casi di giocatori che vogliono giocare “a somma zero”. Insomma, la
Chiesa non è contro lo Stato. La Chiesa vuole farsi Stato. Vuole
essere una delle forme di quella totale ed eterna reductio ad unum di
cui parlavo prima. Il mio scritto, altro non era se non un moto di
stizza nei confronti di questo “asso piglia tutto” e dei suoi
portatori d’acqua del fronte “progressista” rivendicando, invece, il
dinamismo avalutativo del “mercato”. Quello che un libertario dovrebbe
ricercare. O no?
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non si ebbe più risposta…..

L’anarchia. Un approccio pestilenziale

 L’anarchia. Un approccio pestilenziale
Recensione del nuovo lavoro di Colin Ward

di Luigi Corvaglia

 
Colin Ward

Robert Wolff, autore la cui unica ragione di menzione risiede nel merito storico di essere stato il primo difensore “accademico” dell’idea anarchica, trova stranamente posto fra i personaggi citati nel libello di Colin Ward appena pubblicato da Eleuthera, L’ Anarchia. Un approccio essenziale. Quest’operetta che rende onore al suo sottotitolo per essere, appunto, smilza, essenziale, schematica, vorrebbe essere una sorta di Bignami dell’anarchismo, utile per un primo approccio del profano alle concezioni anarchiche. Ciò che stupisce, però, è il livello qualitativo di un’opera che, pur avendo così limitati fini e delimitati confini, imbarazza quanto a semplificazioni ed imprecisioni, soprattutto considerando la statura dell’autore, uno dei più celebrati anarchici contemporanei. L’architetto inglese, infatti, riesce a citare appena un gigante come Malatesta, liquida l’individualismo, senza neppure nominare, che dire, Armand, affermando di non aver mai letto Stirner (“l’ho sempre trovato incomprensibile”, pag. 79) ma di averne un pregiudizio basato su una lettura nietzschiana, riduce il problema penitenziario a un luogo comune borghese che accoglie un’idea essenzialista del crimine (“il carcere non fa nulla per ridurre il numero di reati”, con tanto di citazione del Segretario di Stato di Margaret Tatcher, pag. 61) e riduce il programma anarchico ad un federalismo che esalta l’Europa delle Regioni dei movimenti, spesso destroidi, che rivendicano diritti secessionisti in seno ai parlamenti sovranazionali (pag. 103). In compenso, cita l’incolpevole Wolff. Il bello è che lo fa assolutamente a sproposito, assimilandolo all’anarco-capitalismo, corrente di pensiero che l’autore sembra conoscere quanto chi scrive conosce il sanscrito. Ora, poche cose si possono dire del povero Wolff, non trattandosi di un pensatore ma di un divulgatore, ed una di queste, al limite, è che il suo anarchismo è un po’ annacquato da ipotesi di democrazia (diretta?) elettronica. Farne un apologeta dell’anarchismo di mercato o anche semplicemente un esponente dell’indirizzo individualistico, però, è francamente delirante. Significa, ad esempio, ignorare che questo minore del pensiero libertario si è definito “in politica anarchico, in religione ateo, in economia marxista”. Uno così, nei club anarco-capitalisti non lo farebbero neppure entrare. Quei clubs, quegli ambienti che tanto autore liquida affermando con inappropriato snobismo essere popolati da “accademici, non attivisti sociali, e la loro inventiva sembra limitarsi a fornire le basi ideologiche a un capitalismo mercantile libero da ogni vincolo” (pag. 88). Bene, se critiche la teorizzazione anarco-capitalista merita – e le merita - queste sono ben altre rispetto a quelle evidenziate da Ward (e che sarebbero condivise dal “marxista” Wolff..) che fanno del pensiero libertarian una sorta di baluardo a difesa dei privilegi delle classi dominanti, una sorta di esagerazione del “liberismo” attuale, oggi fortunamente frenato dalle benefiche strutture dello Stato. Che poi l’autore vanti Proudhon, Warren, Spooner, Tucker e altri apologeti del libero scambio rientra solo fra le contraddizioni di questo confuso autore che pure, in apertura del suo prescindibilissimo volumetto, scriveva “nell’evoluzione delle idee politiche, l’anarchismo può essere visto come una elaborazione estrema sia del liberalismo che del socialismo, e le diverse correnti del pensiero anarchico possono essere correlate all’enfatizzazione dell’una o dell’altra” (pag. 9). Ward, enfatizza, secondo lui, il socialismo, e ritiene, come la buona maggioranza degli anarchici di specchiato pedigree “di sinistra”, di possedere quella superiore moralità che permette e quasi impone di ergersi a censore di chi manifesta opzioni meno assolutiste, anche quando ciò è palesemente falso, come nel caso di Wolff, e anche quando la purezza incontaminata che si intende difendere dalle infiltrazioni liberali è una sciapita versione d’anarchismo doroteo, quella che può trovare la ragione della non affermazione dell’idea anarchica nel fatto che, in passato, “una minoranza di anarchici” ritenne praticabile l’uccisione di monarchi e dittatori (pag. 19). Che tristezza vedere l’anarchismo dibattersi fra la destroide Scilla  del conservatorismo morale pseudo-liberale dell’anarco-capitalismo e la doppia Cariddi sinistra rappresentata dall’ impotentia coeundi dell’anarchismo pseudo-intellettuale da salotto e dal priapismo troglodita dell’insurrezionalismo.

Anarchia non significa caos.

  Lo Stato è la sorgente di ogni ordine.
Con l’Anarchia non c’è Stato.
Dunque l’Anarchia è caos. (quod erat demonstrandum)
A Washington non esista alcun piano,
Che, a pagina sessantaquattro, preveda di “nutrire David”;
Deve dunque essere per caso che il lattaio
Mi lascia una bottiglia di latte sulla porta di casa.
Deve essere per caso che al macellaio
Arrivi la carne [...]