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Category Archives: Anarchia

La Dittatura Bianca.

  Da anni, direi quasi dopo la caduta del muro di Berlino, la dittatura si è evoluta. Non esistono più i grandi i dittatori alla Franco, Mussolini, Stalin e Hitler… almeno non nell’Europa democratica e liberale. Ora i novelli dittatori permetto alla gente di esprimere il proprio parere con il voto, con la stampa, con le [...]

Frase Del Giorno

  ”Berlusconi carogna, per te solo la gogna!”
Niente da dire… eletta senza primarie a frase del giorno.

Salviette…

  In questa notte… appena trascorsa la giornata della consulta…
Fuori ci sono i peregrini. Nelle case invece sorridono i gendarmi.
Il Signor Impunità sembra processabile, ma probabilmente è solo un grande scherzo… il grande inganno.
Però bisogna ammettere che oggi c’è aria di speranza… sincera.
Sto pensando che sarebbe molto utile all’umanità marchiare a fuoco gli iscritti, i consiglieri, [...]

Ignorate questo articolo (II parte)

 Ignorate questo articolo

(Istruzioni per il fallimento) 

di Luigi Corvaglia

II parte

2. Opposita sunt complementa

In un bel libro dal titolo “Come essere una perfetta madre ebrea” si legge il seguente consiglio: proponi a tuo figlio la scelta fra due camicie; appena lui ne avrà scelta una, tu digli: “l’altra non ti piace?”. Ecco, questa della alternativa fittizia è una delle trappole logiche messe in luce dalla cosiddetta “scuola di Palo Alto” quale una delle migliori tecniche di infelicitazione dell’essere umano. Le trappole logiche altro non sono se non delle strutture relazionali che non consentono di sfuggire ad una relazione malformata. Il figlio, infatti, rimane invischiato nel ricatto emozionale ed è incapace di scegliere.

Speculare l’errore opposto, quello della scelta fra opzioni che si suppone siano alternative e inconciliabili, quando ciò non è vero. Watzlawick, in “Sistemi per far ammattire” cita l’esempio del manifesto nazista che proponeva la scelta fra “nazionalsocialismo o caos bolscevico?”. Un ignoto vi attaccò un foglietto con su scritto “Erdapfel oder Kartoffel?”, traducendo la cosa nella scelta fra due  sinonimi per dire “patate”. 

La nostra tendenza a semplificare il mondo, infatti, fa si che si vedano ovunque delle dicotomie. Archè e anarchè, Ordine a caos, “territorializzato” contro “nomade”, per rubare la terminologia a Deleuze e Guattari. Ma il mondo presenta più antinomie che dicotomie. Le antinomie, concetto logico che è al centro delle attenzioni della scuola psicologica di cui si sta parlando, sono caratterizzate dalla compresenza di due affermazioni contraddittorie, egualmente dimostrabili, in uno stesso procedimento logico o definizione. Esempio classico, il paradosso del mentitore (“I cretesi sono tutti bugiardi; credetemi, sono un cretese”). Le antinomie, laddove implichino delle ingiunzioni (”sii spontaneo”, “ignora questo segnale”) risultano in quei paradossi pragmatici di cui si occupa la psicoterapia relazionale e di cui si è trattato. Senza arrivare alle ingiunzioni paradossali, un caso chiarissimo di questa compresenza la troviamo nella “proprietà privata”, come esemplificato dalle due opere maggiori di P.J. Proudhon sull’argomento. In Che cos’è la proprietà, il tipografo francese afferma che essa “è un furto”; nella Quarta memoria sulla Proprietà, che questa “è libertà”. In effetti, se da un lato la proprietà esprime l’agibilità di spazi liberi ed esclusivi da parte del proprietario che fungono da contrappeso al potere dello Stato e/o della collettività, dall’altra costituisce un vulnus per la libertà del non proprietario. La pervasività del pensiero dicotomico, però, porta a valutare solo una delle affermazioni, quella più congruente con la propria ideologia, trasformando un’antinomia in una coppia di nuove dicotomie: proprietà contro oppressione e proprietà contro libertà. Questa classica contrapposizione fra liberisti e collettivisti, fra liberali e socialisti, si ripropone anche nell’ambito anarchico. Qui la dicotomia è fra anarchici di cultura anglosassone e liberale (J. Warren, L. Spooner, B. Tucker, P. Goodman) e anarco-comunisti (P. Kropotkin, N. Mackno, E. Goldman, E. Malatesta, ecc.). Esistono, infine, perfino i cosiddetti “anarco-capitalisti” (Rothbard, Friedman, ecc.), che della prima corrente si considerano il consequenziale approdo ma che finiscono col farsi partigiani di forme private di autorità, fino alla difesa dei monopoli economici e dello sfruttamento (di cui negano perfino il senso, quindi l’esistenza).

In realtà, sono ben poche le dicotomie che non siano poi riducibili a delle antinomie di base. Certo è che, accolta una errata dicotomia, si ottiene la ricaduta a cascata di questa iniziale distorsione su tutti i passaggi logici successivi, un errore sistematico noto come “bias”. Un esempio chiarisce benissimo la cosa. La buona maggioranza dei liberali, che della proprietà fanno pilastro ed architrave del loro pensiero, definiscono quella che proprio tale architrave terrebbe in piedi “libertà negativa”. Questa definizione significa che essi sono sensibili ad una “libertà da” un potere, cioè alla mancanza di oppressione, più che alla “libertà di”, ossia al possesso concreto di un potere (la socialista “libertà positiva”). Tali pensatori sono perlopiù giusnaturalisti, cioè vedono il diritto di proprietà radicato nelle “auto evidenti” leggi di natura; in tal modo, essi sacralizzano il diritto rendendolo intangibile. Eppure, così facendo, possono giungere a conclusioni paradossali, perché assolutamente contrarie alla stessa libertà negativa che dovrebbe guidarli. Ciò avviene, ad esempio, quando i già citati anarco-capitalisti, che del liberalismo si ritengono i più radicali e conseguenti partigiani, affermano che un proprietario legittimo che diventasse, con mezzi legali, proprietario di una nazione intera, potrebbe ben instaurarvi una dittatura e ciò continuerebbe a configurare una situazione “libertaria”. Un vero cortocircuito logico.

D’altro canto, tra le persone “di sinistra”, in particolare fra i marxisti e molti anarchici europei, notoriamente ostili al concetto di proprietà privata, perché fondamento del sistema di sfruttamentodell’uomo sull’uomo, la parola “mercato” evoca sensazioni sgradevoli, in quanto strettamente legata alla nozione di merce e consumo. Ma le parole sono solo parole, significanti non sempre correttamente legate ad un solo significato. Del resto, si tende a parlare di “capitalismo selvaggio” per descrivere un fenomeno, invece, tutt’altro che imperturbato, essendo fiorito e prosperato proprio all’ombra dello Stato (cui sono innervati i potentati economico-finanziari), e degli organismi internazionali sovrastatali. Si dovrebbe, piuttosto, parlare di capitalismo addomesticato. Sicché, se i “No Global” attaccano tali organismi, essi stanno inconsapevolmente facendo una battaglia liberista. Antinomie…

E’ bene, però, chiarire un equivoco: il concetto di mercato, al di là della semantica, non ha alcuna parentela esclusiva col mondo delle merci. Riguarda, invece, l’universo delle azioni umane in quanto tali. Se il mercato si chiama “mercato” è perché i primi ad occuparsene sono stati gli economisti con riferimento al mondo della produzione, allocazione e consumo delle merci. In realtà, questi studiarono un particolare sistema di regolazione autonoma delle azioni umane applicabile a qualunque tipo di interazione. Si pensi, ad esempio, all’ “economia del matrimonio” di Gary Becker o allo “scambio di pretese” che fonda l’anarchismo giuridico di Bruno Leoni. La formazione di una lingua non è frutto di un lavoro organizzato e centralizzato. E’, in tale ampio senso, un processo anarchico, cioè acefalo, autopoietico, quindi “di mercato”.

Altrove ho paragonato questa concezione di mercato al pantesismo. La religione sta al panteismo come l’economia sta al mercato. La visione che fu espressa da Baruch Spinoza nella immortale formula “Deus, sive Natura” (Dio, cioè la Natura) è quella di chi fa coincidere la divinità con le leggi dell’universo, con l’ordine, la razionalità, il Logos. E’ la descrizione del mondo come sistema. Così Il mercato è la descrizione di ciò che avviene autonomamente nei sistemi umani, inclusi quelli economici. Molti, invece, intendono il mercato come un’entità staccata, che agisce sulla società, una forma di “teismo” che obbliga alla scelta fra le due opzioni del seguace e dell’eretico (“l’altra non ti piace?”).

Il mercato così inteso, cioè quale logos, è, non solo anarchico (cioè “selvaggio” in senso proprio), ma anche l’unico sistema “democratico” di formazione indiretta di decisioni collettive (di “prezzi”, quindi di “norme”, in quanto il prezzo, come la norma, fissa il costo da sopportare per compiere una determinata azione) ed è coerente con l’individualismo metodologico. Si tratta di un sistema di pesi e contrappesi a sovranità concorrente. Vista in questi termini, è difficile immaginare qualcosa più “di sinistra” del mercato, in quanto questo permette la scelta autonoma, non è vincolante per nessuno e, quindi, ha rispetto per le minoranze e per i singoli individui dissenzienti. Pertanto, il “mercato”, incluso quello delle merci, è, insieme, un sistema generativo e conservativo (archè), ma anche non “territorializzato”, perché dinamico, privo di paletti rigidi (anarchè), quindi continuamente auto-rigenerativo. Qui, è bene ribadirlo, per mercato si intende il libero confronto e la libera sperimentazioni di alternative, nessuna aprioristicamente esclusa.

Interessante, invece, come siano spesso proprio i cosiddetti anarchici a vagheggiare una uniformità che è pura archè, nel senso deteriore. Tomàs Ibanez, un anarchico spagnolo, ha giustamente notato che l’esigenza anarchica di libertà sottende una “cultura implicitamente totalitaria” perché “In effetti, l’anarchismo esclude per principio che qualsiasi altra cultura possa essere preferibile alla cultura anarchica, poiché dall’istante in cui l’esigenza della libertà è posta come valore fondamentale, ogni opinione che implica una minore esigenza di libertà costituisce automaticamente e necessariamente una opzione meno legittima. Dato che la società anarchica rivendica il privilegio di essere la società della massima libertà, ne consegue che nessun’altra forma di società può esserle preferibile! Volendo essere una teoria centrata sulla libertà, l’anarchismo apre su una cultura che esige l’adesione di ognuno per poter esistere e che contesta la legittimità di tutto ciò che non è sé stessa”.

L’agognata società futura rischia di non essere più il “lume regolatore” di cui parlava Malatesta, ma la fine della storia. Infatti, dal cerchio non si esce, o si permette a tutti di fare ciò che si vuole (meta-mercato), incluso produrre e disporre dei beni prodotti (mercato delle merci), e in tal caso, non si darebbe società “perfetta”, oppure ciò non si permette, e allora non si darebbe società anarchica. In altri termini, un’organizzazione comunista, se vuol dirsi davvero non autoritaria, non può non ammettere il diritto di exit e la secessione individuale, consentendo la produzione separata e autonoma di forme organizzative alternative. Tuttavia, se così è, il comunismo anarchico finisce col negare sé stesso, consentendo il riprodursi del mercato e della concorrenza. Invischiati in questa impasse, inquadrate in questa cornice, acquistano maggior senso le osservazioni di Nico Berti su “destra” e “sinistra” (che può estremizzarsi nella scelta fra caos bolscevico e nazional-socialismo) , sulla collocazione, cioè, dell’anarchismo in rapporto a queste direttrici spaziali assurte a simbolo di posizioni filosofiche ed esistenziali. L’anarchismo non può che essere “oltre la destra e la sinistra”, perché l’una e l’altra sono accumunate da una logica di potere, cioè “esattamente da quella logica di parte, che, in quanto parte, vuole assumere la valenza di essere il tutto”. Questa stessa copertura totale, senza residui, questa medesima “reductio ad unum” che è ancora tutta imperniata sul principio di potere, sull’archè, è presente nella concezione dominante dell’anarchismo, carica di entusiasmo profetico, messianico e totalizzante.

CONTINUA

e se lo dice Grillo….

  siamo al sicuro… Oramai il Beppe Grillo è diventato il nuovo Dio in Terra della Repubblica Italiana. Già non ci bastava Silvio Berlusconi… no!… in Italia se non si crea dei “Unti dal Signore” che con carisma lo metteno nel giusto posto, non si è contenti.
Qualunque cosa si dica su Berlusconi è tutto un complotto… [...]

Sulle Scogliere di Marmo

  Voi tutti conoscete la selvaggia tristezza che suscita il rammemorare il tempo felice: esso è irrevocabilmente trascorso, e ne siamo divisi in modo spietato più che da quale si sia lontananza di luoghi. Le immagini risorgono, più ancora allettanti nell’alone del ricordo, e vi ripensiamo come al corpo di una donna amata, che morta riposa [...]

I Fanatici della libertà.

  «Sono un amante fanatico della libertà, la considero l’unica condizione nella quale l’intelligenza, la dignità e la felicità umana possono svilupparsi e crescere […] la libertà che consiste nel completo sviluppo di tutte le capacità materiali, intellettuali e morali di ogni individuo; la libertà che non conosce altre restrizioni se non quelle che vengono determinate [...]

Barzelletta Papale Papale

  Siamo nel periodo della seconda guerra mondiale in piena retata.
Un tedesco sta inseguendo un prete polacco per eliminarlo dalla faccia della terra.
Lo raggiunge e lo fa inginocchiare per spappolargli il cervello con un colpo di fucile alla nuca.
Mentre si sta preparando, dal cielo plumbeo, la voce di Dio incombe minacciosa: «Non osare uccidere quel polacco!!«
Il [...]

Buon Anno

  Mood : Calmo  Music : ”Diamond Dogs” di David Bowie  Movie : ”Brazil” di Terry Gilliam

Metafisica e Economia

 Metafisica e economia

di Luigi Corvaglia

“La mia mente è libera!”. Quando un matematico riceveva questa comunicazione da Paul Erdos sapeva che la sua casa, al contrario, non sarebbe più stata libera per un pezzo. Difficile immaginare una vita più anarchica di quella di Erdos. Questo ungherese, genio assoluto della matematica, che si teneva sveglio con le amfetamine per non perdersi neppure un’equazione e che fu in grado di risolvere rompicapi cui nessuno era riuscito ad avvicinarsi, viveva libero da qualsiasi schiavitù. Non aveva un lavoro, non aveva una donna (nel suo ricco vocabolario alternativo donna si diceva “capo”), non aveva una casa. Era praticamente una sorta di barbone della matematica. I pochi soldi che guadagnava con le conferenze che teneva in giro per i cinque continenti, venivano regalati a chi ne aveva, secondo lui, più bisogno. Si faceva ospitare a casa dei più grandi matematici del mondo con i quali si dedicava alla risoluzione di astrusi teoremi. Annunciava, appunto, la sua disponibilità al lavoro congiunto con la formula “la mia mente è libera!”. Nel suo stile immaginifico, quando trovava una dimostrazione matematica di rara eleganza, usava dire “questa è scritta nel libro”. Si riferiva ad un ipotetico libro nel quale Dio aveva preventivamente scritto tutte le più belle leggi matematiche. La cosa interessante è che Erdos era ateo. Una mente libera quale quella che si faceva annunciare prima di bussare alle porte degli accademici ha, infatti, la capacità di non confondere metafora e realtà. Erdos diceva “Dio” e intendeva “razionalità”, “capo” e intendeva “donna”, “schiavo” e intendeva “uomo”, “ypsilon” e intendeva “bambino”, “predicare” e intendeva “tenere una conferenza”. Uno psichiatra che avesse creduto alla lettera dei suoi discorsi lo avrebbe fatto ricoverare. Una simile tendenza all’interpretazione letterale, così comune nella media cultura, rende da sempre inintellegibili le dichiarazioni di chi si pone mentalmente “oltre”. E’ il caso di Albert Einstein, il quale sta proprio in questi giorni rivivendo l’esperienza del “tiro della giacchetta” in due differenti direzioni da parte dei fautori di fronti contrapposti, quello dei credenti e quello degli atei e degli agnostici . Il più grande fisico dei tempi moderni scrisse: “Non ho trovato nessun termine migliore di “religiosa” per qualificare la fiducia nell’esistenza di una natura razionale della realtà” e, ancora, commentando la teoria quantistica proposta dal gruppo di Copenhagen, scrisse a Bohr la celeberrima frase “Dio non gioca a dadi” (Bohr rispose che “non solo gioca, ma bara”). Eppure, ancora in vita, Einstein dovette precisare, al fine di raffreddare gli entusiasmi di chi aveva inteso le sue affermazioni quali dichiarazioni di fede, quanto segue: “ Quella che mi è stata attribuita come convinzione religiosa era naturalmente una bugia, una bugia ripetuta in maniera sistematica. Non credo in un Dio personale e non l’ho mai nascosto, anzi l’ho detto a chiare lettere”. Sentenziò: “Sono un non credente profondamente religioso”. Religioso, appunto, come Erdos, che sbirciava nel libro di Dio.

Comprendere quello che a prima vista sembra un paradosso vuol dire capire che qui le affermazioni vengono pronunciate e lette su piani diversi. Esistono almeno tre livelli di fede in Dio. Viene, infatti, definita teismo la credenza in un Dio personale, creatore del cielo e della terra e che partecipa alla vita del mondo. Erdos definiva questo personaggio, cuore delle religioni istituzionali, il SF, che stava per “Sommo Fascista”. E’ invece nota come deismo la concezione di un Dio in disparte, un Ente Supremo da cui origina l’universo ma che non partecipa alle vicende del mondo. Secondo il biologo e divulgatore scientifico Richard Dawkins, il deismo sarebbe “una forma annacquata” di teismo. Come dire che il Sommo Fascista si è iscritto ad un partito parlamentare. La visione, invece, che fu espressa da Baruch Spinoza nella immortale formula “Deus, sive Natura” (Dio, cioè la Natura) è nota come panteismo. Si tratta di una concezione, generalmente immanentistica, che fa coincidere la divinità con le leggi dell’universo, con l’ordine, la razionalità, il Logos. Pitagora chiamava logon il rapporto fra grandezze misurabili attraverso la stessa unità di misura. L’ordine è logico, matematicamente logico. E’ probabilmente a qualcosa di simile che si riferivano Erdos e Einstein. Metaforicamente, le leggi naturali sono i pensieri di Dio. Secondo Dawkins, questo è “ateismo ornato”. Esistono dunque due qualità di atei. Quelli ornati e quelli disadorni. I primi utilizzano poetiche metafore, i secondi parlano in prosa. Ci sono, poi, due forme di credenti, quelli che credono e pregano un Dio onnipotente (SF) e quelli che si limitano a credere ad un Dio, un tempo necessario, ma oggi utile come il vecchio fonografo a tromba in salotto. Cionondimeno, questi ultimi lo venerano. Bene. Anch’io vado matto per l’antiquariato. La gente riesce a venerare ogni cosa.

°°°°°°°°

La gente riesce a venerare ogni cosa. Alcuni esempi di culti alternativi sono quelli per la classe operaia, lo Stato, il partito, il capitalismo. Continuo a preferire il fonografo. Ad ogni modo, spostandoci dal terreno teologico e veleggiando verso i lidi più secolari è possibile notare come la sostanza dei culti non muti granché. Mutano gli idoli, non i precetti, i riti, non i preti. Questo apre le porte di ambienti colmi di curiosità e paradossi. Si prenda l’economia. Alcune persone, incluso l’autore di questo articolo, hanno avuto in questo ambito la stessa impudenza che Spinoza ebbe in teologia. Quella di dichiarasi non credenti e religiosi, cioè socialisti a favore del libero scambio. E’ davvero così paradossale? Esaminiamo meglio la cosa. David Friedman, sostenitore della completa abolizione dello Stato, scrive con efficace ironia che

Lo Stato è la sorgente di ogni ordine. Con l’Anarchia non c’è Stato. Dunque l’Anarchia è caos. (QUOD ERAT DEMOSTRANDUM). A Washington non esista alcun piano che, a pagina sessantaquattro, preveda di “nutrire David”; deve dunque essere per caso che il lattaio mi lascia una bottiglia di latte sulla porta di casa. Deve essere per caso che al macellaio arrivi la carne fino al suo negozio, proprio là dove, quando mi serve della carne, per caso mi fermo. La mia vita è caos trasformato in miracolo; pronuncio una parola e la gente mi capisce,sebbene debba essere sconclusionata, poiché le parole non sono il prodotto di un programma statale.

Ciò che Friedman ci dice è che in economia non esiste “disegno intelligente”. Non c’è, in altri termini, alcun bisogno di teorizzare una entità, un Essere Supremo che conosca i bisogni dei singoli individui e decida di allocare le risorse in modo perfettamente ordinato. E, se ci fosse, sarebbe il SF di Erdos. Non c’è una intelligenza organizzatrice centralizzata che spieghi quella “irriducibile complessità” che renderebbe, come pretendono i creazionisti, da rigettare l’idea dell’evoluzione darwiniana. Così, non c’è alcun “Intelligent design” (ripeto la definizione oggi à la page) in linguistica. Eppure le lingue sono complesse. L’intero sistema economico è emerso da solo, in modo autopoietico e ciberrnetico. Si è sviluppato spontaneamente in maniera ordinata. Come gli idiomi, gli usi e costumi, il diritto consuetudinario, eccetera. Un processo che Joseph Shumpeter non ha avuto difficoltà a definire di “selezione naturale”. Eppure c’è qualcosa di strano. E’ il fatto che i fautori del disegno intelligente si situano spesso fra i più accesi partigiani dell’economia di mercato; ancora più strano, spesso i più radicali negatori del SF statale sono, al contempo, incrollabili creazionisti e feroci critici dell’evoluzionismo. E’ il caso dell’anarcocapitalismo di corrente paleolibertaria. Il perché certi cristianisti applichino, in barba al logon pitagorico, metri di misura differenti per valutare la medesima cosa (la probabilità di produzione spontanea di ordinata complessità) rimane un mistero insondabile. Ma, volendo immergersi ancor di più in ambienti che usano con parsimonia la logica, è necessario prendere in esame gran parte delle correnti socialiste. Queste intendono il libero mercato ed il capitalismo quali enti reali che agiscono sulla società. Quasi il mercato trascendesse il mondo. Una forma di teismo che personifica l’agente degli scambi economici. Pertanto, proprio come satana è un acceso (!) e sincero teista, così comunisti e anarchici “di sinistra” sono ferventi credenti nel “capitalismo”. Si cominci col considerare che la citazione di Friedman proposta poco sopra dimostra che ciò che chiamiamo “mercato” altro non è se non la descrizione di un processo a-cefalo di produzione e allocazione di risorse. Quelle che chiamiamo “leggi” di mercato lo sono solo metaforicamente, come le equazioni sono i pensieri che Dio scrive nel libro a cui si riferiva Erdos. Non è trascendenza, è immanenza. Dicendo ciò, è facile intendere che i processi di confronto, di scambio, di sperimentazione, di scelta in base ad incentivi e così via includono ben altro che non la semplice la produzione e vendita di beni, investendo l’intera vita sociale degli individui, ognuno unico e dotato di personali idee e preferenze. La scelta del partner non avviene forse in base a personalissime idee ed altrettanto personali gusti ed incentivi? In tal senso, quello delle merci è solo uno dei tanti possibili “mercati”. Novelli Spinoza, diciamo Mercatus, sive Natura. Messa così, dire di credere nel mercato significa affermare di credere nelle leggi della natura. Una forma di poetico panteismo simile a quella utilizzata da Einstein, Erdos, Hawking. Non si confonda fisica con metafisica. Ma, ignaro della metafora, il prosaico accorrerà ad indicarci lo sfruttamento, l’ingiustizia economica, il neo-colonialismo neo-liberista. E farà bene. Queste aberrazioni ripugnano e fanno gridare, indignare e lottare gli uomini più degni di tale appellativo. Ma accusare la naturale tendenza umana al confronto ed allo scambio di ciò è come accusare il Dio dei teisti delle crociate e dell’inquisizione spagnola, quando queste sono state immonde trovate dei teisti. Ancora una volta, non c’è un mangiafuoco cattivo al di sopra, a trascendere la società ed il mercato, perché l’economia è semplicemente un processo immanente di applicazione di mezzi non coercitivi a qualsiasi fine una persona si ponga, sia esso altruista quanto egoista. Non ci sono decisioni finali imposte con la forza, perché il mercato, cioè la natura, non è altro che la descrizione delle interazioni reciproche frutto delle decisioni di tutti gli individui della società. Si pensi ad una società costituita solo da individui quali Paul Erdos. Questi non tratteneva neppure i sui guadagni e non spendeva che il necessario per la sua frugale esistenza. Disse “Dei socialisti francesi hanno detto che la proprietà privata è un furto. Io penso che sia una seccatura”. Il suo incentivo la conoscenza delle formule e dei teoremi scritti nel libro. Ne verrebbe fuori una società perfettamente in linea con la morale professata dal socialismo. Eppure sarebbe una chiarissima società di mercato. Una società che, invece, vietasse lo scambio, la sperimentazione, il confronto, non solo annullerebbe la naturale autopoiesi, il continuo auto-costruirsi, divenendo quindi inefficiente, ma andrebbe a ledere la libertà di tutti coloro che, a differenza di Erdos, venissero attivati da incentivi differenti dalla matematica. La verità è che, se ben guardiamo, tutte le aberrazioni di cui siamo atterriti spettatori, dalla crisi economica attuale, ai garage dove bambini cuciono scarpe che non calzeranno mai, alle disastrose ricadute ecologiche dell’attività economiche sono storture della insana pianta frutto dell’innesto del potere politico che, da sempre, fa da guardiano degli interessi dei dominanti, la masnada governativa innestata ai potentati economici, contro i dominati. Si potrebbero immaginare giganteschi investimenti privati in “grandi opere” senza curarsi del rientro economico e dei residenti dei territori che queste devastano? La risposta è no. Probabilmente nel vocabolario di Erdos alla voce “cittadino” era scritto “suddito”. La coagulazione dei singoli poteri in forme di dominazione, come disse Foucault, non è il motivo per togliere il potere a tutti (i socialisti si rileggano Proudhon e capiranno) ma quello di garantirlo a tutti. C’è poco di più socialista. Poi qualcuno sarà sempre libero di darmi dell’anarcocapitalista. Non importa. La mia mente è libera.