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Il martello pneumatico [12° Mini-Manifesto Toasa]

  

Il gatto, spazio, ratto di carta,
scaltro, ufficioso, meglio morto,
invasato, peccato, baratto, spacco.
La gonna, velare, pecora annidiata,
il matto, sorpreso nel vaso,
atto, invischiato, pappagallo.

Nel cortile di casa del vicino che non esiste mi portai all’estremo di un sentimento caustico di rinomata euforia [breve pausa] il cadenzato vacillare del mio danzare e la varicella del neonato svolazzante in oscuri riflessi solari piangevano godendo di un dito incastrato nel diamante del porcile d’orato.

Considerare il verme che è in noi.

Nel presepio notturno di codesto delirio il martello pneumatico, rovinosamente, sentenziò la sua parola nel giudizio di un’arte in ritardo sui tempi moderni del nulla. Il vuoto, il non significato e il mero significante, cadevano — come corpo morto cade — su foglie autunnali di un albero divorato da «scimisci sarveghe«.
«Oh quante sagome pronte all’attacco!«. Sparite crepuscoli d’odio!.
Improvvisamente: Squillò il campanello dell’aldilà. Un monarca? Un presidente di chicchessia quantunque? Un cardinale? Il papa? Dio? Naaaa! Brutte teste di peste bubbonica. Morte rossa. L’arte stuprata, vecchia scopa decrepita, con il sesso rugoso e incrostato — dal tempo assassino — vomita ogni dì sui cancelli del cinghiale imborghesito. «Ma che palle!« — bocca, denti, carie di critico sovversivo — «levate li vostri escrementi del passato da questa vita nebulosa. Siete il riciclo del mondo antico«.
All’unisono divampano le trombe; specchi celesti e pianoforti schiantati al suolo; la bella soprano intona il vagito del non nato; il tenore sospira la brezza marina. Evviva! Evviva! Evviva il soliloquio! Equinozio d’estate, solstizio d’inverno (non esiston più le mezze stagioni).
La poesia non è più la ninfetta vergine dal viso candido e dalla pelle soffice; non è più l’ingenua voce del rifiuto e della rivolta; non è più l’anima del trapezzista sospeso nel vuoto; non è più l’alito dei nostri sogni; non è più il treno che taluni chiamavano desiderio; non è più il timido gesto dell’inquieto vivere; non è più il così sia.
«Renderete conto a dio!«. Con gli interessi e i vari speculatori del pizzo infangato nel rutto della civetta. «Noi renderemo conto solo a Toasa!«.
E così sia!.

Speculazioni sul nulla

Il martello pneumatico: «Ma che diavolo!«

Toasa: «Il geranio rosso sul balcone del fascista!«
Il martello pneumatico: «Minchia!«
Toasa: «Mi fa girare troppo i coglioni quando fa così!«
Signora Kroeger: «Ha bestemmiato! Ha bestemmiato! Le mie orecchie funzionano ancora bene!«.

Il cervello fritto all’interno dello sgabuzzino municipale.

Poesia di merda ovvero il pensiero del martello.

Testa, vaso di cemento urbanistico,
letto di croci: ecco bella ragazzina
che brilli nel lontano incedere
ancheggiando tra una strofa
e un capoverso inutile:
pensiero: non t’amo più,
caustica folgore morente,
non ti disprezzo nemmeno:
poesia di merda
questa raccolta ingarbugliata di parole:
pallone nel centro città;
mira dito, mira la vita,
che via via svaniva
e il vino nelle vene
del poeta impazzito
per la donna che non fu
serva dei suoi candori opulenti.
Il poeta: donna: vecchia:
rachitica espressione nauseabonda:
si diletta — estasi — nella goliardia del suo essere.
Un rutto spazzò via il tutto:
il nulla:
e così sia.

[Concepito — in un giorno qualunque tre il 12 luglio 2013 e il 12 luglio 2013 in una giornata particolarmete sincera dove il sole accarezzava le fibre metalliche della nostra anima — da Toasa e i suoi compari]

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