Porno e Antiporno: Ma se ne continua a parlare?
In questo articolo avevo dato spazio alla reazione dei movimenti femministi verso la produzione dei films porno. Ora, per correttezza, pubblico uno pamphlet della scrittrice statunitense Wendy McElroy che rappresenta al meglio l'altro piatto della bilancia. La sua tesi di base si fonda sul principio che vietare la pornografia mette in pericolo le donne, scagliandosi così contro il movimento femminista anti-porno di metà anni 80 (anche se - indirettamente - parer mio, vi è un attacco al movimento femminista in generale).
VIETARE LA PORNOGRAFIA METTE IN PERICOLO LE DONNE (di Wendy McElroy)
A partire dalla metà degli anni '80, una strana scena è apparsa nel teatrino della politica: le femministe si sono schierate con i propri nemici di sempre, i conservatori e i fondamentalisti religiosi, nell'invocare leggi contro la pornografia.
Questo fenomeno mina le basi del benessere delle donne per almeno tre importanti motivi:
I) il femminismo non si dimostra più una roccaforte della libertà di parola
2) le cosiddette scelte sessuali "inaccettabili" delle donne vengono messe sotto tiro
3) implica l'abbandono del principio che "il corpo è mio e me lo gestisco io".
Alle radici di questa minaccia troviamo una nuova definizione di pornografia, emersa dal femminismo estremista, meglio noto come femminismo radicale, che definisce la pornografia come violenza "di genere" che viola i diritti civili delle donne. L'attivista anti-pornografia Catherine MacKinnon spiegò una volta che «stiamo proponendo una proposta di legge che porrà la pornografia fra le principali tecniche di subordinazione delle donne».
Le femministe radicali chiedono cause civili, e non solo penali, perché queste evitano problemi costituzionali, come quelli con il primo emendamento.
I tribunali civili, inoltre, accettano prove di qualità inferiore e non contemplano la presunzione d'innocenza. Ma perché la pornografia è vista come violenza, e non semplicemente come quello che è, cioè parole o immagini?
Questo punto di vista veniva ben evidenziato dalla famosa ordinanza anti-pornografia di Minneapolis del 1983. L'ordinanza dichiarava che tutte le donne che lavoravano nella pornografia vi erano costrette e, dunque, avrebbero potuto intentare una causa civile contro produttori e distributori.
La coercizione fu considerata presente anche se la donna era maggiorenne, aveva pienamente compreso la natura della performance, non era sotto minaccia, ed era stata pienamente pagata. Il consenso da parte della donna era considerato impossibile. L'autrice dell'ordinanza, la MacKinnon, spiegò in seguito che «nel contesto di potere diseguale (fra i sessi), uno deve pensare al significato del termine consenso — se ha un qualche significato …».
Una società dominata dai maschi rendeva impossibile a una donna dare il proprio consenso. Le donne che pensavano di essere d'accordo erano in realtà tanto danneggiate dalla società maschile da non essere in grado di esprimere un vero consenso.
In oltre un decennio di difesa della pornografia da attacchi di questo genere, ho evitato argomenti basati sul Primo Emendamento e ho preferito invece sfidare gli zeloti antiporno sul loro campo.
La questione chiave è diventata: le donne sono costrette ad entrare nel "giro" della pornografia? E come si ricollega la pornografia alla generale violenza della società contro le donne? Una questione secondaria - ma essenziale - era se la pornografia procura qualche vantaggio alle donne.
Riguardo al primo punto, mi sono rivolta direttamente a donne coinvolte nella produzione di pornografia hardcore, ad esempio sadomaso, dove sembrava più probabile il verificarsi di atti di violenza. Ogni singola donna, fra le centinaia di donne adulte con le quali ho parlato, ognuna di esse ha detto che non è stata costretta alla pornografia, e che non conosceva alcuna donna che lo fosse stata.
Decisi di prendere sul serio le voci di quelle donne, senza scartarle a priori, come gli attivisti anti-pornografia stavano facendo. Di fronte a tali prove, le femministe radicali rispondono solitamente che nessuna donna "sana" darebbe il proprio assenso. Ergo, tali donne erano danneggiate dalla cultura maschile ed incapaci di intendere e volere. L'ordinanza municipale di Minneapolis sosteneva chiaramente che le donne, come i bambini, necessitano di una speciale tutela legale: «I minori sono incapaci di prestare consenso ad impegnarsi in atti pornografici, anche qualora sia assente una coercizione fisica, e quindi necessitano di una protezione speciale. Allo stesso modo, al benessere psicologico e fisico delle donne dovrebbe essere garantita una protezione simile».
Nel XIX secolo, le donne combatterono per divenire eguali degli uomini, dal punto di vista legale, ossia perché fossero loro riconosciuti la capacità giuridica e il controllo legale del proprio corpo. Adesso le femministe anti-pornografia richiedono che il diritto invalidi il consenso scritto di una donna? Inoltre, considerate il disprezzo col quale il femminismo radicale tratta le scelte di queste donne, ritenute "inaccettabili".
Se una donna si diverte consumando pornografia, non è perché proviene da un altro ambiente, ha una diversa struttura psicologica, differenti obiettivi nella vita o una prospettiva originale. No: è perché è mentalmente incapace. Come un bambino di tre anni,non è in grado di esprimere la propria volontà riguardo al proprio corpo. Il principio cardine del femminismo era una volta: "Il corpo è mio e me lo gestisco io". Quando si parla di stupro, le femministe radicali ancora scandiscono che "NO significa NO". Ma in certe questioni legate al sesso, dire "SI" pare non significhi nulla. La pornografia non potrebbe degradare le donne più di quanto faccia un simile atteggiamento.
Riguardo alla possibilità che una qualche pressione culturale abbia influenzato le attrici porno - certo che le ha influenzate! La nostra cultura ha un qualche impatto su qualsiasi scelta noi si faccia, inclusa la scelta di diventare una femminista.
Dire che le donne che partecipano alla pornografia sono incapaci di scegliere a causa di una pressione culturale, comunque, equivale a negare una possibilità di scelta in ogni situazione.
Cosa dire delle donne che non essendovi coinvolte, detestano la pornografia? La risposta, semplice, è che non dovrebbero comprare materiale pornografico. Inoltre, dovrebbero utilizzare mezzi pacifici per persuadere gli altri che la pornografia è impropria. Non dovrebbero sfruttare la legislazione. Qui entra in gioco il secondo problema posto all'inizio: qual è il legame tra pornografia e violenza "sociale" contro le donne?
La tesi delle femministe radicali è di questo tenore: la pornografia porta direttamente alla violenza contro le donne, specialmente agli stupri. Perciò, ogni donna è una vittima perché ogni donna è in pericolo. Questa tesi presuppone: (I) che la pornografia abbia un impatto decisivo sul comportamento delle persone; (2) che tale impatto possa essere misurato oggettivamente, e (3) che può essere ricollegato alla violenza a sfondo sessuale.
La pornografia può certamente avere effetti sul comportamento, sebbene studi recenti mettano in dubbio la rilevanza e l'estensione di tale impatto. Ma è straordinariamente difficile misurare oggettivamente tale impatto. Le reazioni sessuali sono estremamente complesse, ed eludono le condizioni artificiali di laboratorio. Inoltre, gli standard utilizzati e le conclusioni tratte dipendono solitamente dalle inclinazioni dei ricercatori e dei committenti la ricerca. Per esempio, nel 1983, la task force sulle violenze verso donne dell'area metropolitana di Toronto incaricò Thelma McCormack di studiare la connessione fra pornografia e aggressioni a sfondo sessuale. Lo studio della McCormack indicava che la pornografia potrebbe svolgere una funzione catartica e, così, ridurre l'incidenza di stupri. Il suo rapporto venne scartato, e l'incarico di svolgere lo studio riassegnato a Oavid Scott, un non-femminista impegnato contro la pornografia, che produsse conclusioni più "accettabili". Le statistiche quasi sempre contengono assunti di partenza e distorsioni. Qualche volta, la distorsione è onesta. Per esempio, un ricercatore che creda che l'aggressione a sfondo sessuale sia un comportamento appreso porrà domande differenti da uno che crede sia un istinto. Altre forme di distorsione non sono così oneste. Ad esempio, quando un reporter del "Boston Phoenix" chiese alla femminista radicale Susan Brownmiller di fornire qualche prova per corroborare le sue affermazioni, questa ribatté: «Le statistiche seguiranno. Noi forniamo l'ideologia; è compito di altri venire fuori con le statistiche».
Immaginiamo, al solo scopo di continuare con il nostro ragionamento, che esista una correlazione fra pornografia e stupro. Cosa proverebbe una tale correlazione? Una correlazione non è una relazione causale. È un errore logico supporre che se A è correlato con B, allora A causa B. Entrambe potrebbero essere causate da un fattore completamente estraneo, quale C. Per esempio, esiste un'elevata correlazione tra il numero di dottori in una città e l'alcool che vi viene consumato. L'uno non causa l'altro. Reprimere ulteriormente il sesso restringendo la diffusione della pornografia potrebbe anche aumentare l'incidenza degli stupri. V'è una grande ironia nelle femministe radicali che si allineano con i loro due maggiori nemici ideologici: i conservatori e lo Stato patriarcale.
Ora sembra che invochino un tale Stato come protettore. C'è grande tristezza in quest'ironia: è stata la regolamentazione statale ad opprimere le donne, non la libertà di parola. Fu lo Stato, e non la pornografia, a bruciarle come streghe. Furono le leggi del diciottesimo secolo, non la pornografia, che definirono le donne come un bene mobile. Le leggi del diciannovesimo secolo permisero agli uomini di internare in manicomio le "originali", di appropriarsi dei redditi delle proprie mogli e di picchiarle con impunità. Ora gli attivisti anti-pornografia del ventesimo secolo si permettono di definire quali scelte sessuali sono "accettabili" e quali no, da parte di una donna.
In realtà, la pornografia beneficia le donne. Censurando la pornografia, lo Stato le impoverirà invece di arricchirle. Lisa Duggan spiega così: «L'esistenza della pornografia è servita ad aggirare i costumi sessuali convenzionali, a mettere in ridicolo l'ipocrisia sessuale e per sottolineare l'importanza dei bisogni sessuali. La pornografia porta con sé numerosi messaggi: difende le avventure sessuali, il sesso fuori dal matrimonio, il sesso per il piacere del sesso, quello casuale, illegale, anonimo, in pubblico, il piacere voyeuristico. Alcune di queste idee sono apprezzate da donne che leggono o guardano materiale pornografico, e che potrebbero interpretare alcune immagini come una legittimazione ai propri desideri di essere sessualmente aggressive».
La pornografia e il femminismo hanno molto in comune. Entrambi hanno a che fare con donne considerate come esseri sessuati e responsabili. Condividono una storia come bersagli di leggi sul buon costume, come le Comstock Laws, utilizzate contro la pornografia e il materiale sul controllo delle nascite.
Il materiale femminista – specialmente quello lesbico – ha sempre subito danni dalla regolamentazione delle espressioni della sessualità. Due questioni infuocate con le quali le donne si confrontano al volgere del secolo: il femminismo può abbracciare la causa della liberazione sessuale? La libertà di espressione e la libertà delle donne possono rimanere compagne di viaggio? La femminista Myra Kostash risponde a quest'ultima domanda parafrasando Camus: «La libertà di pubblicare e leggere non assicura necessariamente una società giusta e pacifica, ma senza tali libertà, non esiste nessuna rassicurazione».

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alooo…navigo con fatica in questo periodo, mi è quasi esploso il pc e sto con un portatile un poco bradipo…per il post voglio lasciare due mie testimonianze dirette che ho vissuto nella mia città…ho due conoscenti (non italiane)che hanno 22 anni e queste hanno coscientemente scelto di fare le prostitute e ne parlano con una tranquillità che alcuni operatori sociali ne sono sbalorditi, io un molto meno, c’ho parlato moltissimo e ricordo una loro affermazione a chi le proponeva un lavoro “più dignitoso” > ovviamente hanno anche un loro tenore di vita non indifferente….altra storia quella di una figlia di un noto albergatore, tanti soldi e lei alla tenera età di 30 anni (senza offesa eh, io ne ho di più)ha fatto in un anno due film porno…gran casino in città (forse sarebbe più corretto chiamarla cittadina), grande scandalo per la famiglia…ma la ragazza continua e lascia la casa e la città…in chiusura, dico che questi rimangono forse casi limite, ci saranno situazioni molto più coercitive diretto e non, e per valutere bisognerebbe vedere nello specifico, caso x caso…alooo e a pesto…
Commento di orso — 16 Gennaio 2007 @ 16:33
[Rispondi Al Commento]Sto scrivendo a fine febbraio 2008(lo scritto risale al 2007). Volevo dire che questa diatriba tra femministe pro e contro la pornografia non ha senso in una chiave di lettura femminile .Entrambe sono vittime della cultura maschile a cui si deve l’invenzione della pornografia, elemento trascurato dalle femministe a favore.Inoltre la difesa della pornografia da parte delle donne è assolutamente inutile in quanto alle donne il porno non interessa affatto e le fruitrici sono un’esigua minoranza e riguarda invece una fetta consistente di uomini.Viene da sè dire che le donne usate nel porno sono solo a uso e consumo degli uomini, non c’entra niente la libertà sessuale femminile(che i registi porno lavorano per la libertà e dignità della donna è risibile)
Riguardo alla libertà del porno secondo me è l’unica vera motivazione di quelle a sostegno solo in quanto qualsiasi costrizione alla libertà di espressione(anche la più sciocca) è atto d’inciviltà.
Commento di trak — 25 Febbraio 2008 @ 14:14
[Rispondi Al Commento]Seroquel xr….
Seroquel xr….
Trackback di Seroquel xr. — 16 Luglio 2008 @ 00:50
[Rispondi Al Commento]Vestra reboxetine….
Reboxetine edronax. Reboxetine….
Trackback di Reboxetine edronax. — 16 Luglio 2008 @ 11:10
[Rispondi Al Commento]